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Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 3/5

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  • Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 3/5

    2, 18
    וַיֹּ֙אמֶר֙ יְהוָ֣ה אֱלֹהִ֔ים לֹא־טֹ֛וב הֱיֹ֥ות הָֽאָדָ֖ם לְבַדֹּ֑ו אֶֽעֱשֶׂהּ־לֹּ֥ו עֵ֖זֶר כְּנֶגְדֹּֽו׃

    E il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda».

    Nella prospettiva che abbiamo seguito sembra strana questa preoccupazione di Dio: Dio vede il disagio umano della solitudine e cerca di colmarlo; ma, se ci riflettiamo, in realtà l'uomo non è solo, perché c'è già Dio come compagno; dunque, questo riconoscimento da parte di Dio viene a significare che l'uomo non poteva trovare compagnia in Dio, non solo perché è Dio e non un essere umano come lui, ma, ancor più, perché Dio si è dimostrato distante dalle esigenze psicologiche dell'uomo. Ora Dio non può fare a meno di ammettere che quest'uomo ha bisogno di una compagnia per conto proprio; quest'ammissione denuncia un fallimento di Dio come essere capace di dare compagnia soddisfacente. Anche in questo caso non si tratta di avanzare ipotesi gratuite: è il testo biblico stesso a provocare queste riflessioni e anche in questo caso si tratta del racconto precedente, 1,26-27: "Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò". In questi due versetti viene, al contrario, espressa enorme vicinanza e solidarietà tra Dio e l'uomo, l'opposto del non trovare compagnia: di Dio e dell'uomo viene esaltata la somiglianza; inoltre, a somiglianza di Dio l'uomo domina sugli animali. Addirittura il testo, così com'è strutturato, lascia sospettare che anche il fatto di essere maschio e femmina costituisca un modo di somigliare a Dio. È solo la nostra logica a impedirci di immaginare quest'ultima somiglianza, ma la struttura del testo "a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò" presenta l'essere maschio e femmina quasi come se fosse una conseguenza dell'essere simili a Dio.



    2, 19
    וַיִּצֶר֩ יְהוָ֨ה אֱלֹהִ֜ים מִן־הָֽאֲדָמָ֗ה כָּל־חַיַּ֤ת הַשָּׂדֶה֙ וְאֵת֙ כָּל־עֹ֣וף הַשָּׁמַ֔יִם וַיָּבֵא֙ אֶל־הָ֣אָדָ֔ם לִרְאֹ֖ות מַה־יִּקְרָא־לֹ֑ו וְכֹל֩ אֲשֶׁ֨ר יִקְרָא־לֹ֧ו הָֽאָדָ֛ם נֶ֥פֶשׁ חַיָּ֖ה ה֥וּא שְׁמֹֽו׃

    Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

    Per dare una compagnia all'uomo che si sente solo, Dio non sa fare di meglio che formare alcuni animali. È un provvedimento che somiglia a quei genitori che per tener calmi i loro bambini li colmano di giocattoli oppure li parcheggiano davanti al televisore. Visto che si tratta di un provvedimento per colmare una tristezza dell'uomo, Dio lascia anche che sia lui a dare il nome a questi nuovi esseri, un gesto che indica dominio, proprietà, e recupera un aspetto di somiglianza con Dio, se teniamo presente che nell'altro racconto è Dio invece a dare il nome alle cose che man mano crea. Dio riconosce ora all'uomo un diritto di proprietà sugli animali, mentre invece le piante risultavano come date solo in concessione; per l'albero della conoscenza non c'è neanche questo, ma solo divieto di mangiarne.



    2, 20
    וַיִּקְרָ֨א הָֽאָדָ֜ם שֵׁמֹ֗ות לְכָל־הַבְּהֵמָה֙ וּלְעֹ֣וף הַשָּׁמַ֔יִם וּלְכֹ֖ל חַיַּ֣ת הַשָּׂדֶ֑ה וּלְאָדָ֕ם לֹֽא־מָצָ֥א עֵ֖זֶר כְּנֶגְדֹּֽו׃

    Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l'uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse.

    È impietoso questo riconoscimento finale sul fallimento di Dio nel voler creare un aiuto all'uomo, esattamente come il fallimento di cui abbiamo detto, dei genitori che, per far stare buoni i loro bambini, li colmano di giocattoli. Il testo lascia addirittura sospettare la conclusione che, se l'uomo si fosse accontentato degli animali, la donna non gli sarebbe stata creata. Al fondo viene a formarsi il ritratto di un Dio che è armato di buona volontà, ma non riesce a capire l'uomo e le sue esigenze.



    2, 21-22
    וַיַּפֵּל֩ יְהוָ֨ה אֱלֹהִ֧ים ׀ תַּרְדֵּמָ֛ה עַל־הָאָדָ֖ם וַיִּישָׁ֑ן וַיִּקַּ֗ח אַחַת֙ מִצַּלְעֹתָ֔יו וַיִּסְגֹּ֥ר בָּשָׂ֖ר תַּחְתֶּֽנָּה׃
    וַיִּבֶן֩ יְהוָ֨ה אֱלֹהִ֧ים ׀ אֶֽת־הַצֵּלָ֛ע אֲשֶׁר־לָקַ֥ח מִן־הָֽאָדָ֖ם לְאִשָּׁ֑ה וַיְבִאֶ֖הָ אֶל־הָֽאָדָֽם׃

    Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo.

    Il comportamento di Dio viene ad essere sempre più improntato al cedimento: di fronte alla sconsolatezza di quest'uomo, Dio decide di espandere il suo corpo e farlo diventare plurale e sessualmente composito: d'ora in poi l'uomo, in questo territorio che non è suo, potrà avere la prospettiva di incontrare finalmente dei compagni suoi simili. Vista la situazione che si era venuta a creare, non è difficile intravedere che uno sviluppo probabile sarà l'ammutinamento, il gruppo contro il capo, per l'esigenza di avere spazi in cui finalmente potersi affermare come soggetti e padroni.



    2, 23
    וַיֹּאמֶר֮ הָֽאָדָם֒ זֹ֣את הַפַּ֗עַם עֶ֚צֶם מֵֽעֲצָמַ֔י וּבָשָׂ֖ר מִבְּשָׂרִ֑י לְזֹאת֙ יִקָּרֵ֣א אִשָּׁ֔ה כִּ֥י מֵאִ֖ישׁ לֻֽקֳחָה־זֹּֽאת׃

    Allora l'uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta».

    Se teniamo presente la situazione che si è venuta a creare, il testo viene a risultare espressione di una gioia umana incontenibile, la gioia di aver trovato finalmente uno spazio in cui poter operare senza dover rendere conto ad altri. Ora è nato un altro mondo, il mondo dell'uomo: i pronomi possessivi lo testimoniano con forza. Si noti che in questo versetto è assente qualsiasi riferimento a Dio; al contrario, nell'altro racconto, 1,27, la creazione dell'uomo era stata espressa con insistenti e perfino ripetitivi riferimenti che rinviavano al creatore: "E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò".



    2, 24
    עַל־כֵּן֙ יַֽעֲזָב־אִ֔ישׁ אֶת־אָבִ֖יו וְאֶת־אִמֹּ֑ו וְדָבַ֣ק בְּאִשְׁתֹּ֔ו וְהָי֖וּ לְבָשָׂ֥ר אֶחָֽד׃

    Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un'unica carne.

    Nel racconto precedente veniva sottolineata la somiglianza con Dio, al punto da porre problemi teologici su come intenderla. Anche qui c'è una somiglianza su cui il testo vuole insistere con tutta la sua forza, ma non è la somiglianza con Dio. Si tratta invece della solidarietà con questa nuova creatura, la donna. Questo destino finale di ricongiungimento alla propria carne, visto che la donna era stata tratta dalla carne dell'uomo, viene ad essere una forte contrapposizione all'altro amarissimo ricongiungimento, che invece sarà oggetto della maledizione di Dio: il ricongiungimento, a motivo della morte, con la terra, da cui l'uomo era stato tratto. Dietro questa prospettiva di ricongiungimento con la donna, una prospettiva nient'affatto spiacevole, che dall'altro lato è un allontanamento da padre e madre, si può intravedere, sospettare, un implicito, nascosto, allontanamento, come rivalsa, da un altro padre, che è il Creatore, Dio.



    2, 25
    וַיִּֽהְי֤וּ שְׁנֵיהֶם֙ עֲרוּמִּ֔ים הָֽאָדָ֖ם וְאִשְׁתֹּ֑ו וְלֹ֖א יִתְבֹּשָֽׁשׁוּ׃

    Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.

    Il nuovo mondo dell'uomo è adesso un vero mondo di felicità: non esistono problemi di relazione di alcun tipo. Nel giardino con alberi belli e buoni era stato imposto il divieto di sapere troppo, che implica, nascostamente, un divieto di avvicinarsi troppo a Dio, tentare di essere troppo simili a lui, al contrario del racconto precedente che esaltava la somiglianza dell'uomo con Dio. Ora, con la sua donna, l'uomo può invece sperimentare la libertà di sapere e fare tutto, nulla è vietato, non ci sono frutti da non mangiare, non c'è niente di cui ci si debba vergognare. Si sta venendo a creare però un mondo che è parallelo al mondo delle proprietà di Dio; non sarà più un esistere pacifico con Dio, ma piuttosto un procedere verso l'essere come Dio.



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    Last edited by Angelo Cannata; 3 weeks ago.

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