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È meglio considerare le nostre qualità come innate oppure come acquisite?

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  • È meglio considerare le nostre qualità come innate oppure come acquisite?

    Ieri parlavo con Gasby di un pregiudizio occidentale, particolarmente diffuso in Italia e ancora di più nel meridione, anche tra professori, secondo cui la maggior parte delle inclinazioni, capacità, talenti, si hanno per nascita e ben poco si può fare per modificarli. Non è difficile rendersi conto che questo pregiudizio è proporzionale all’inefficienza dei metodi educativi. Un’indagine descritta su un articolo della rivista Le Scienze, di febbraio 1993, dimostra come, nei paesi in cui la scuola è efficiente, genitori, studenti e professori sono più propensi ad attribuire le capacità all’impegno, la coltivazione, lo studio, l’efficienza dell’insegnamento. Al contrario, nei paesi in cui la scuola è inefficiente, malfunzionante, c’è maggiore tendenza a relegare le capacità di una persona ai doni di natura.

    Alcuni genitori mi hanno obiettato a volte un fatto apparentemente oggettivo: se le capacità e le inclinazioni non si hanno per nascita, come si spiega che due figli della stessa famiglia manifestino inclinazioni diametralmente opposte?

    Non sarebbe difficile rispondere che fattori anche minimi sono in grado di provocare modifiche enormi nella personalità e nel destino di un bambino. Inoltre, un genitore può anche non accorgersi delle differenze con cui tratta i propri figli.

    Si può affrontare la questione da un punto di vista diverso: vista la difficoltà a determinare in che misura le capacità siano innate oppure acquisite, ci si può chiedere quali atteggiamenti siano più fruttuosi al fine di favorire lo sviluppo migliore delle capacità di un ragazzino. In questa prospettiva è chiaro che il preconcetto che un figlio non sia incline allo studio indurrà i genitori a non porre in atto quei comportamenti che invece l’incoraggerebbero ad aver fiducia nelle proprie capacità.

    Ci può essere il timore di accanirsi a sviluppare in un figlio qualità, inclinazioni, verso cui non è portato, costringendolo quindi a vivere in una situazione di forzature. Da questo punto di vista è chiaro che dipende dalla sensibilità degli educatori saper essere in ascolto intelligente della personalità del ragazzo e saper porre in atto i comportamenti più adatti a lui, affinché egli sviluppi al meglio le proprie qualità. Anche in questo caso, però, ha un enorme peso la formazione degli educatori. Genitori che non hanno stima per la cultura, le arti, la riflessione, lo studio, difficilmente incoraggeranno nei figli la coltivazione di queste facoltà, indipendentemente dal fatto che vedano il figlio incline o meno verso queste direzioni.

    A questo punto, il fattore più importante che emerge è il lavoro di autoeducazione compiuto dagli educatori. L’educatore peggiore non è l’educatore ignorante, o delinquente, o con pregiudizi; l’educatore peggiore è quello che non sta lavorando per educare sé stesso e mettersi in questione. In questo senso, anche un educatore che sia un’arca di scienza può rovinare la vita di un ragazzo se, come educatore, non sta lavorando per educare anzitutto sé stesso e mettersi in questione sotto ogni punto di vista.

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