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022 La pratica del silenzio

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  • 022 La pratica del silenzio

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    Il silenzio guida alla spiritualità

    Riguardo all'esperienza del silenzio, rimane valido quanto ho già detto più in generale a proposito della spiritualità: anche il silenzio va trattato come un oggetto che in sé non è né un bene né un male. Praticarlo senza alcuna attenzione critica, rivolta a sfruttarne le migliori potenzialità, può ridurlo a inutili o perfino frustranti perdite di tempo, fino a farlo diventare un nemico odiato, o che mette disagio o perfino timore; non è detto che ciò debba succedere, ma può anche verificarsi; è come per il dialogo: dialogare senza alcuna preparazione, senza alcuna attrezzatura mentale, può trasformare il tentativo in null'altro che un'occasione di conflitti; non avviene sempre e necessariamente così, ma succede.

    È il caso di precisare che attenzione e preparazione non coincidono con l'uso di tecniche: la pratica di tecniche preconfezionate contiene il rischio di distogliere dall'ascolto di sé stessi e della realtà. Nessuna tecnica al mondo può sostituirsi al nostro io, alle nostre esclusive sensibilità. La tecnica fa concentrare sulla necessità di risolvere un problema da un punto di vista dei risultati esteriori, facendo dimenticare che c'è sempre qualcosa che è più importante di qualsiasi problema; questo qualcosa è, come ho appena detto, il nostro sentirci "io", sono certe sensibilità che ognuno di noi al mondo possiede in una specifica maniera, è la capacità esclusiva di ognuno di accorgersi di cose di cui nessuna tecnica sarà mai capace di farci accorgere. Ciò non significa che le tecniche siano sempre e tutte da vietare: al contrario, per chi ha capito cosa rischiano di farci perdere di vista, esse possono contribuire ad affinare proprio le consapevolezze da cui altrimenti ci distoglierebbero.

    Ho lasciato intendere che il silenzio non va idealizzato, non bisogna illudersi che più se ne fa, più cose speciali e superiori succederanno in noi; una volta rimasi sorpreso dal fatto che un eremita molto stimato, effettivamente anche istruito e abbastanza critico ed intelligente, mi disse che faceva ogni giorno solo pochissime ore di silenzio. Non bisogna adesso slittare sul luogo comune secondo cui la qualità è ciò che conta; ciò che conta è il cammino personale di ciascuno; per qualcuno può essere ottimale, per raggiungere il massimo dei frutti, fare soltanto pochissimi minuti di silenzio ogni tanto, altri potranno essere più inclini a viverne intere giornate; ciò che conta è togliersi dalla mente l'idea di diventare super uomini; ciò che bisogna diventare è il meglio per il proprio essere e questo viene conosciuto solo nel corso di un cammino; inoltre, le misure e le qualità più adatte per noi possono cambiare nei vari periodi della nostra vita.

    Una volta sgombrato il campo da fanatismi ed illusioni, si può evidenziare che il silenzio è comunque una pratica di portata incommensurabile, con enormi potenzialità per la nostra crescita e la creazione in noi di un'esperienza spirituale. Possono essere utili qui alcune annotazioni per un primo avvio di familiarizzazione con esso.

    La prima è che silenzio non significa riflessione, sebbene quest'ultima sia favorita quando il silenzio c'è. La riflessione è un'altra cosa, ha altri scopi e metodi, non ha come primo orizzonte quello di creare in sé un'esperienza interiore; ciò non è affatto escluso, ma non è lo scopo primario. Da ciò consegue che accostarsi al silenzio per viverne l'esperienza significa evitare di mettersi a riflettere; ciò non significa dimenticare tutto, estraniarsi dal mondo e dalla vita: credo che i Salmi siano maestri nel fatto che l'orante, nella sua preghiera, non dimentica affatto le proprie preoccupazioni, le cose che toccano di più il suo cuore, perfino le persone che odia. Non riflettere significa piuttosto lasciar perdere per un po' lo sforzo di trovare soluzione ai problemi e vivere questi ultimi invece come sensazione, emozione, sentimento che ci attraversa. Un modo per accantonare un pensiero assillante potrà essere appuntarlo per iscritto, così da avere la tranquillità che non sarà dimenticato; per il momento però si vuole vivere il silenzio e quindi si lascerà anche scorrere sulla mente quel pensiero preoccupante, non però per riflettere su come reagire ad esso o come risolverlo.

    Una seconda annotazione riguarda il tentativo di non bloccare alcun pensiero che si affacci alla nostra mente; ciò è molto utile a conoscere noi stessi. Non si tratta di avere la pretesa di penetrare da svegli nel nostro inconscio: esso è talmente profondo che perfino i nostri sogni notturni non vi entrano del tutto; deve trattarsi solo di un modestissimo tentativo di lasciar andare la propria mente e farle sperimentare un po' di libertà.

    Riguardo alla durata del silenzio, come ho detto, ritengo meglio che sia totalmente libera e spontanea, per evitare inimicizie con esso; volendo si può anche fare esperienza di stabilire in anticipo quanto debba durare, ma non ritengo utile, almeno per me, che questo diventi una norma stabile a cui autosottomettersi. Si può stabilire un minimo di silenzio continuativo da vivere ogni tanto, per esempio cinque minuti ogni settimana, ma non è detto che il meglio sia mirare a farlo diventare necessariamente sempre più prolungato e sempre più frequente. La pretesa di riuscire a fare lunghi silenzi potrebbe avere come risultato negativo quello di farci diventare superbi e orgogliosi delle nostre superiori capacità spirituali, il che non farà altro che contraddirle all'istante e farci diventare ipocriti.

    Man mano che ci si addentrerà, senza pretese e senza fretta, nel gusto del silenzio nei modi e nelle misure più adatti a noi stessi, potremo sperimentare che, dopo i primi minuti, avviene come quando un bicchiere d'acqua torbida viene messo a riposare: cominciano a precipitare sul fondo gli elementi più pesanti, altri rimangono più in superficie e in questo modo diventa possibile distinguere con più chiarezza nel proprio animo cose che sembravano secondarie o erano sommerse dalle distrazioni, fino a diventare del tutto invisibili e ignorate, mentre invece meritano attenzione, e viceversa.

    Come avviene per ogni cosa, la pratica prolungata negli anni creerà in noi poi il gusto, il sapore di ciò che sperimentiamo, pur nell'attenzione ad evitare l'autocompiacimento.





    Riassunto del video



    Il silenzio va vissuto come cammino e può essere coltivato e recepito anche dove non è fisicamente presente. Il silenzio previo alla creazione di un'opera consente di renderla trasmettitrice anche di silenzio. Un cammino di silenzio è anche cammino di povertà, che significa attenzione all'essenziale; coltivare l'essenziale favorisce modalità autentiche di carità.
    Ultima modifica di Angelo Cannata; 18 febbraio 2019, 11:16.

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