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012 La nostra percezione di essere io

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    Siamo degli io limitati

    Una delle esperienze spirituali che ci è dato di vivere è la percezione di noi stessi come "io", la sensazione cioè di trovarci come dentro una stanza in cui non ci è possibile far entrare alcun altro; questa stanza è il nostro "io". Una delle sensazioni riguardanti l'io è la libertà: con il mio io posso decidere cosa pensare e cosa fare. Per esempio, posso decidere di pensare un numero; ho deciso io quale numero pensare, avrei potuto pensarne un altro qualsiasi, ho tuttora la possibilità di pensarne un altro qualsiasi e nessuno ha la possibilità di sapere quale numero ho deciso di pensare, nessuno può penetrare dentro i miei pensieri.

    Di fronte a questa situazione emergono presto però alcuni problemi. Uno riguarda l'impotenza: mi accorgo presto che ci sono cose, sia dentro che fuori di me, su cui la mia libertà non può essere esercitata. Dunque si tratta di una libertà limitata. Un secondo problema riguarda l'indecisione: ho una certa libertà nel mio io, ma ora come faccio ad usarla, da cosa mi farò orientare? È come la sensazione di avere davanti un foglio bianco e non sapere cosa scriverci. Un terzo problema riguarda l'impossibilità di essere certi che questa libertà ci sia davvero: supponiamo che la mia libertà non esista e quindi tutti i miei pensieri siano in realtà determinati da altri fattori; ciò significa che anche la mia sensazione di libertà, il concetto che di essa mi formo nella mia intelligenza, la consapevolezza di essa, la stessa domanda se la libertà esista oppure no, potrebbero essere tutti fenomeni mentali creati nella mia mente da fattori che l'hanno determinata. Ciò significa che umanamente non abbiamo alcuna possibilità di sapere se la libertà esiste, poiché già questo stesso interrogativo potrebbe essere nient'altro che un fenomeno prodotto in noi da altri fattori determinanti. In questo contesto, percezione dell'io e percezione della libertà sono interdipendenti: infatti, se la mia sensazione di libertà si espone al sospetto di essere solamente il prodotto di meccanismi deterministici, ne consegue che è illusorio credere di poter pensare consapevolmente al proprio io a piacimento, cioè scegliendo quando farlo. Se la mia libertà di pensare all'esistenza del mio io quando scelgo di farlo è illusoria, ciò significa che tutto ciò che ha a che fare con il mio sospetto (o la mia speranza) di essere un "io" diverso, irriducibile alla sensazione che ho degli altri io, è illusorio, o per lo meno si espone a questo dubbio insuperabile. Ciò significa che non posso dire neanche a me stesso di avere una qualche percezione certa di diversità del mio io, diverso dagli altri in quanto mio e quindi oggetto di una percezione che solo io ne posso avere.

    Tutto questo non è altro che sconfitta della comprensione dell'io, che favorisce l'orientamento verso una relazione con esso impostata non sulla comprensione, ma sull'esperienza spirituale. È una sconfitta analoga a quella della comprensione di Dio e del mondo. Da questo punto di vista, ogni limitazione della libertà potrà essere interpretata come manifestazione del male universale, come limite che il non umano dell'universo impone alla mia umanità. Al contrario, l'io può essere messo in conto come progetto non metafisico di umanità in via di permanente approfondimento e sperimentazione; in altre parole, conviene che l'io venga considerato né più né meno che come un aspetto del camminare che la vita mi ha dato e come una delle esperienze spirituali dinamiche, frutto di questo camminare.





    Riassunto del video



    Le radici biologiche della nostra sensazione di essere io ne evidenziano il prestarsi alla competizione. L'amore inteso come via può compensare ciò; la sua mancanza di pretese di raggiungere contatti o compenetrazioni metafisiche tra gli io può essere considerata ciò che fa la differenza.
    Ultima modifica di Angelo Cannata; 18 febbraio 2019, 11:11.

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