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044 L’esserci e la pietà

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  • 044 L’esserci e la pietà

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    Con il post 041 Spiritualità dell'esserci abbiamo iniziato a prendere in considerazione alcune profonde modifiche di mentalità, che conseguono se prendiamo sul serio la presentazione dell'essere come "esserci" da parte di Heidegger. Nell'ultimo post ho riflettuto sul fatto che considerarci determinati, come se tutti fossimo nient'altro che tanti orologi, considerando quindi inesistente la libertà, non diminuisce il valore di noi e delle nostre azioni. Allo stesso modo, possiamo aggiungere adesso che il determinismo non intacca neanche la nostra pietà, cioè la nostra sensibilità per la sofferenza altrui, o al limite perfino nostra. Di fronte alla prospettiva del determinismo, si potrebbe obiettare che, se ci consideriamo tutti come degli orologi, così come nessuno si commuove per il maltrattamento di un orologio, nessuno si commuoverà per il maltrattamento di un essere umano. Tuttavia non c'è motivo di avere questo timore, per una semplice ragione: se siamo tutti orologi, non è orologio soltanto l'altro, ma lo sono anch'io; e allora non c'è da sorprendersi che un orologio possa commuoversi per il maltrattamento di un altro orologio, per lo meno se è stato programmato per provare questi sentimenti, ancor più se si è orientato per coltivarli attivamente. In partenza potrà sembrare strano immaginare l'umanità come un insieme di tanti orologi, oppure computers, in grado di commuoversi l'uno per l'altro, ma in realtà questo non è altro che ciò che già la scienza ci ha abituato a pensare, dal momento in cui abbiamo scoperto di essere essenzialmente costituiti da DNA, cioè da molecole, a loro volta costituite da atomi uguali a quelli che costituiscono gli altri oggetti che consideriamo inanimati. In altre parole, considerare noi stessi come dei semplici oggetti, soltanto più complessi e diversamente organizzati, rispetto ad altri che consideriamo inanimati, non inficia minimamente il valore che possiamo attribuire sia alle nostre azioni, sia alla sofferenza, altrui o nostra. Insieme al sentimento della pietà, in una mentalità deterministica, anche ogni altro sentimento conserva tutto il suo valore e quindi tutto il suo valere la pena di essere coltivato attivamente, esplorato, studiato, essere pratica di spiritualità. Una persona che si ponga in un cammino di spiritualità deterministica è tutt'altro che una persona fredda o repressa nei suoi sentimenti, la sua affettività, la sua capacità di dare piena libertà alle proprie emozioni.

    In fondo, l'insensibilità per la sofferenza altrui si viene già a verificare all'interno di mentalità non deterministe: non mi sembra, infatti, che tutti i non deterministi siano anche vegetariani. Di passaggio, avendo sfiorato qui l'argomento, ci si potrebbe chiedere se la coltivazione della spiritualità possa favorire l'essere vegetariani. Credo di sì, specialmente dopo aver delineato quelli che mi sembrano i termini più fruttuosi, in cui organizzare la questione, nel post 032 Spiritualità come non violenza, a sua volta collegato a 018 La spiritualità e la pace. In sintesi, possiamo dire che la spiritualità può anche essere un cammino che porta a un'alimentazione vegetariana, non però per una qualche oggettività, ma nel confrontarsi comune delle scelte individuali. In altre parole, ciò che possiamo considerare come "il bene" non è definibile oggettivamente, ma solo nel camminare delle convenzioni.



    Riassunto del video

    Usare pietà significa interpretare e quindi esercitare una responsabilità, in base al cammino che stiamo curando.
    Ultima modifica di Angelo Cannata; 9 marzo 2019, 3:28.

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